Composizione negoziata: la sfida è arrivare prima e risanare davvero

Temi e contributi
07/08/2026

Il superamento delle 5.000 istanze di composizione negoziata nel nostro Paese non è solo una soglia statistica. Segnala che uno strumento nato in una fase di forte incertezza, e inizialmente accolto con prudenza dagli operatori, è ormai entrato nel lessico ordinario della gestione anticipata delle difficoltà d’impresa.

Secondo i dati diffusi da Unioncamere al 1° agosto, i casi conclusi favorevolmente sono 747, a fronte di 3.319 procedimenti archiviati: ne deriva un tasso di successo vicino al 23%. Il numero va letto insieme alle oltre 1.300 procedure ancora aperte, che confermano una domanda sostenuta da parte delle imprese alla ricerca di un terreno protetto, ma flessibile, per il confronto con i creditori. La soglia delle 5.000 istanze, quindi, non rappresenta soltanto un indicatore quantitativo, ma segnala l’ingresso della composizione negoziata nel lessico operativo della crisi d’impresa.

Dietro queste cifre vi è una dimensione economica e sociale rilevante. Le imprese che hanno fatto ricorso alla composizione negoziata occupano complessivamente più di 175.000 lavoratori; nei procedimenti chiusi con esito positivo, i posti di lavoro salvaguardati superano quota 43.000. Il punto, dunque, non riguarda soltanto l’efficienza di un istituto giuridico, ma la sua capacità di incidere sulla continuità produttiva e sulla stabilità occupazionale.
Sicuramente la composizione negoziata sembra avere lasciato alle spalle la fase della sperimentazione. Non era scontato che un percorso fondato sul dialogo, privo della rigidità tipica delle procedure concorsuali, potesse trovare spazio in contesti spesso segnati da sfiducia reciproca e tensione finanziaria. L’esperienza maturata mostra invece che imprese, professionisti e creditori hanno iniziato a considerarlo un canale praticabile.

Non meno rilevante è il modo in cui molte trattative si chiudono. A prevalere sono le soluzioni costruite sul consenso: dagli accordi riconducibili all’art. 23, comma 1, lettera c), ai contratti con uno o più creditori previsti dal comma 2, lettera a). Anche la crescita degli accordi transattivi con l’Amministrazione finanziaria indica che il confronto con i creditori pubblici sta diventando meno episodico e più strutturato. È un profilo significativo, perché conferma che la composizione negoziata non vive solo come spazio preparatorio rispetto ad altri strumenti, ma può condurre direttamente a soluzioni negoziali idonee a preservare la continuità aziendale.

Resta però un limite che l’esperienza sul campo rende difficile ignorare. Lo strumento era stato pensato per anticipare l’emersione delle difficoltà, offrendo all’impresa uno spazio di confronto prima che gli squilibri diventassero irreversibili. Nella pratica, l’accesso avviene ancora spesso quando la situazione è già avanzata, con tensioni finanziarie acute, rapporti deteriorati con i creditori e margini di manovra ridotti. In questi casi il percorso conserva utilità, ma opera più come gestione di una fase critica conclamata che come presidio di prevenzione.

L’esperienza applicativa suggerisce inoltre che la composizione negoziata viene utilizzata soprattutto da imprese di medio-grande dimensione, maggiormente strutturate e più in grado di sostenere i costi professionali e organizzativi del restructuring. Non si tratta necessariamente di un limite dello strumento, ma di un dato da considerare: per le realtà minori, che costituiscono la parte più ampia del tessuto produttivo italiano, l’accesso a percorsi complessi di risanamento può risultare più oneroso e meno immediato.

Sempre più spesso, tuttavia, le soluzioni individuate passano attraverso forme di continuità indiretta, nelle quali il risanamento non coincide con la prosecuzione dell’attività da parte dello stesso imprenditore, ma con il trasferimento dell’azienda o di suoi rami a soggetti terzi. In questa prospettiva, la composizione negoziata può favorire operazioni di aggregazione e consolidamento particolarmente utili in un sistema produttivo caratterizzato dalla presenza diffusa di micro e piccole imprese.

Proprio per questo, il tasso di successo richiede una lettura prudente. Le statistiche fotografano la procedura al momento della chiusura: dicono se un accordo è stato raggiunto, ma non raccontano ancora che cosa accade dopo. Un esito positivo è certamente un passaggio rilevante, ma non coincide automaticamente con un risanamento compiuto. Alcune imprese potrebbero tornare in difficoltà; altre, al contrario, potrebbero consolidare l’equilibrio raggiunto e proseguire il percorso industriale avviato.
È qui che il dato percentuale mostra il suo limite. Può infatti sovrastimare l’efficacia dello strumento quando considera definitivo un accordo la cui tenuta deve ancora essere verificata nel tempo.

Dopo la stagione della misurazione delle istanze e degli esiti immediati, sarebbe quindi utile aprire una fase nuova: seguire le imprese a uno, due o tre anni dalla chiusura della composizione negoziata. Solo così si potrebbe capire quanti accordi abbiano retto, quante aziende siano rimaste operative, quante abbiano dovuto ricorrere ad altri strumenti di regolazione delle difficoltà e quante siano effettivamente uscite dalla zona di fragilità. La valutazione dello strumento dovrebbe dunque spostarsi dal mero esito amministrativo alla sua capacità di sostenere risanamenti effettivi e non soltanto chiusure formalmente positive.

Una lettura di questo tipo sposterebbe l’attenzione dalla fotografia amministrativa all’impatto economico effettivo. Il punto non è soltanto sapere quante procedure si chiudano con un segno positivo, ma verificare se quel segno corrisponda a imprese ancora vive, capaci di investire, occupare e competere.

Le 5.000 istanze, dunque, non sono soltanto un traguardo da registrare. Sono soprattutto l’occasione per cambiare prospettiva. La composizione negoziata ha dimostrato di essere utilizzata e riconosciuta dagli operatori; ora occorre capire se sia anche capace di produrre risanamenti duraturi. È su questo terreno, più che sul numero delle domande presentate, che si misurerà il suo successo più autentico.